La Biennale che ha lasciato il segno

Pubblicato: luglio 26, 2012 in SCRITTI
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CITTÀ: LESS AESTHETICS, MORE ETHICS
7.Mostra Internazionale di Architettura
La prima Biennale del 2000

di Carmine Mario Muliere

Questa prima Biennale di Architettura del 2000 apre prospettive feconde che inquadrano e focalizzano scenari di intensa vitalità immersa e immessa consapevolmente nella Forma che deve venire.Vitalità di un’energia pulsante, ad alta tensione, che permea e si trasfonde – con un’analisi attenta e lungimirante già auspicata nella presentazione in catalogo dal Presidente Paolo Baratta e indicata inequivocabilmente nella premessa, dal Direttore del Settore Architettura Massimiliano Fuksas – anche laddove esistano resistenze dovute alla necessità di cambiamenti in atto che richiedono certamente tali e precipui assestamenti organizzativi che toccano e riguardano – in alcuni casi – ridefinizioni totali. Ed anche riconsiderazioni attente, «per cogliere tutte le potenzialità che questa nuova dimensione offre nel proporre questa Mostra per la quale occorre una apertura, una disponibilità, un desiderio di osare, una visione, che sono tra le doti di Massimiliano Fuksas».2

Com’è nostra consuetudine, per cercare di fornire una panoramica globale alla quale peraltro i nostri videolettori sono abituati, abbiamo riportato la premessa di Fuksas,* l’elenco dei partecipanti e le partecipazioni nazionali. Una consuetudine determinata dalle scelte iniziali attuate insieme allo Studio Architetti Associati di Roma, con la proposta lanciata e presentata ufficialmente a Roma nel gennaio 1997 attraverso EQUIPèCO ART FOR INTERNET uno spazio aperto agli artisti che vogliano dare il proprio contributo affinché la Rete non resti soltanto magazzino e ricettacolo evasivo e/o commerciale ma anche e soprattutto spazialità per dare-e-avere la possibilità di scambiarsi informazioni e idee.

All’interno di questa Biennale abbiamo verificato un’apertura grande in questo senso, attestata con l’attuazione del concorso online la CITTÀ: TERZO MILLENNIO e la disponibilità del sito preparato per l’occasione. Ci sentiamo anche un po’ premiati dalla nostra intuizione che auspicava e anticipava l’avvento di una sensibilità sottile e leggera sottesa all’ÉQUIPE amplificata dall’ECO di un’informazione a portata di tutti. Questa è la sfida affidata agli artefici della creatività. E qui s’inseriscono i contributi dei singoli artisti con le loro installazioni e delle partecipazioni nazionali valorizzabili dalla e per la loro straordinaria interconnessione. A questo proposito sarebbe opportuno rileggersi gli scritti di Charles Baudelaire sull’Esposizione Universale di Belle Arti – Parigi 1855.
I – Metodo di critica. Dell’idea moderna del progresso applicato alle Belle Arti. Spostamento della vitalità, dove egli subito afferma che, «Per un critico, per un sognatore dello spirito incline alla generalizzazione, non meno che allo studio dei particolari, e, per dire in modo piú esatto, all’idea di ordine e di gerarchia universale, poche attività sono cosí interessanti, attraenti, ricche di sorprese e di rivelazioni, quanto quella di porre a confronto le nazioni e ciò che esse hanno prodotto. Quando dico gerarchia, non intendo affermare il primato di una nazione sull’altra. Sebbene nella natura vi siano piante piú o meno venerande, forme piú o meno spirituali, animali piú o meno sacri, e sia legittimo concludere, sotto la spinta dell’analogia universale, che certe nazioni – smisurati animali di organismo conforme all’ambiente, – siano state preparate e educate dalla Provvidenza a un fine preciso, piú o meno elevato, piú o meno contiguo al cielo, – non mi propongo ora altro che affermare le loro pari utilità agli occhi di Colui che è indefinibile, e il prodigioso soccorso che esse si dànno a vicenda nell’armonia dell’universo.»3

Il catalogo delle partecipazioni nazionali apre con la proposta dell’ARGENTINA che verte su – Etica ed Estetica degli ambienti urbani nel ventunesimo secolo: «Siamo giunti alla conclusione di un millennio i cui ultimi cento anni meritano senz’altro la definizione di Secolo dell’architettura. O almeno potremmo definire la produzione architettonica mondiale dell’ultimo secolo come la più importante della storia… «La storia dell’architettura è la più antica rispetto a quella di tutte le arti e non ha mai conosciuto interruzioni».4 L’architettura costituisce un esempio impressionante dell’espansione artistica dei nostri tempi. Oggi abbiamo compreso che essa non rappresenta più solamente l’arte di erigere edifici, ma soprattutto l’arte di saper costruire un vero ambiente umano».5

Argentina-Museo di arti visuali di Fortabat.
Rafael Vinoly architetti.
Foto: Catalogo della Mostra

Questo inizio viene dall’Ordine alfabetico che è un Ordine stabilito per accordo semantico globale, e non è un caso quindi se collima – per il discorso che vado esplicando – con l’Ordine essenziale dei contenuti poiché mi ricollega al Manifesto blanco,6 documento a mio parere eccezionale redatto da Lucio Fontana nel 1946 a Buenos Aires e nel quale sono annunciate le linee di una ricerca interdisciplinare indagata a partire dal XIII secolo «nel quale comincia la rappresentazione dello spazio… I barocchi fanno un salto in questo senso: lo rappresentano con una grandiosità non ancora superata e aggiungono alla plastica la nozione di tempo. Le figure sembrano abbandonare il piano e continuare nello spazio i movimenti raffigurati.7 Questa concezione fu conseguenza del concetto dell’esistenza che andava formandosi nell’uomo. La fisica di questa epoca, per la prima volta, esprime la natura per mezzo della dinamica. Si determina che il movimento è una condizione immanente alla materia come principio della comprensione dell’universo… Conquistato il tempo, la necessità di movimento si manifestò pienamente. La liberazione progressiva dei canoni diede alla musica un dinamismo sempre crescente (Bach, Mozart, Beethoven). Gli impressionisti sacrificano il disegno e la composizione. Nel futurismo vengono eliminati alcuni elementi ed altri persero la loro importanza rimanendo subordinati alla sensazione…
Ultimamente non si è intuita la forma del suono? (Schoenberg) o una sovrapposizione o correlazione dei «piani sonori»? (Scriabin). È evidente la somiglianza fra le forme di Stravinsky e la planimetria cubista. L’arte moderna si trova in un momento di transizione nel quale si esige la rottura con l’arte antecedente per dar luogo a nuove concezioni… Noi raccogliamo questa esperienza e la proiettiamo verso un avvenire chiaramente visibile… Le antiche immagini immobili non soddisfano più le esigenze dell’uomo nuovo, formate nella necessità dell’azione, nella convivenza con la meccanica, che gli impone un dinamismo costante… L’esistenza, la natura e la materia sono una perfetta unità. Si sviluppano nel tempo e nello spazio…
La costruzione di forme voluminose in mutamento mediante una sostanza plastica e mobile. Disposti nello spazio agiscono in forma sincronica, integrano immagini dinamiche… Concepiamo l’uomo nel suo nuovo incontro con la natura nella sua necessità di vincolarsi ad essa per trovare nuovamente l’esercizio dei suoi valori originali.8
Chiediamo una comprensione esatta dei valori primari dell’esistenza, per questo instauriamo nell’arte i valori sostanziali della natura. Presentiamo la sostanza, non la marginalità delle cose. Prendiamo l’energia propria della materia. La sua necessità d’essere e di svilupparsi. Postuliamo un’arte libera da qualunque artificio estetico. Approfittiamo di ciò che l’uomo ha di naturale, di reale. Rinneghiamo le falsità estetiche inventate dall’arte speculativa. Ci troviamo così vicini alla natura come mai l’arte lo è stata nel corso della storia… Il subcosciente modella l’individuo, lo integra e lo trasforma. Gli dà l’ordinamento che riceve dal mondo e che l’individuo adotta […] E il suo sviluppo attraverso l’esperienza è l’unico cammino che conduce ad una manifestazione completa dell’essere. […] Concepiamo la sintesi come una somma di elementi fisici: colore, suono, movimento, tempo, spazio, la quale integri una unità fisico-psichica. Colore, l’elemento dello spazio, suono, l’elemento del tempo, il movimento che si sviluppa nel tempo e nello spazio, sono le forme fondamentali dell’arte nuova, che contiene le quattro dimensioni dell’esistenza. Tempo e Spazio.
La nuova arte richiede la funzione di tutte le energie dell’uomo nella creazione e nell’interpretazione. L’essere si manifesta integralmente, con la pienezza della sua vitalità».

Questo riferimento è riproposto in sintesi per entrare coscientemente nel cuore della mostra, le cui pulsazioni rimbombano nelle parole del Direttore Fuksas quando scrive che: «La fragilità strutturale è complementare allo sviluppo degli strumenti di controllo». E continua acutamente osservando: «Se fossimo cinici potremmo con leggerezza affermare che la struttura anarchica di aggregazione delle favelas latinoamericane sia molto più interessante di qualunque altro tentativo di architettura sociale organizzata e programmata. Come in molte forme di costruzione spontanee, anche in questo caso le relazioni e l’identità geografica fanno parte di un’idea di insediamento di grande umanità».9
Questi accenni danno corpo alla nostra riflessione che abbandonerà l’Ordine alfabetico e salirà liberamente sul Vaporetto per non restare fermi All’ombra dell’etica.10 www.levaporetto.org

Padiglione della Francia.
Foto: Archivio Equipèco

La partecipazione francese, per meglio coincidere con, e incidere sul tema generale – la città e il suo divenire – ha riposto l’azione nell’Association française d’action artistique, una équipe che ha elaborato Una posizione di principio: i rapporti Nord-Sud / Sud-Nord, attraverso cui i commissari hanno voluto «reinserire il tema proposto nella sua dimensione politica. Considerando il ruolo derisorio dell’architetto nell’urbanizzazione accelerata che colpisce il pianeta, hanno inteso porre l’accento la differenza tra le preoccupazioni e i modelli urbani del mondo ricco e la precarietà spoglia nella quale vive un quarto della popolazione mondiale e il divario che l’esportazione di tali modelli contribuisce a creare». Essi domandano al mondo dell’architettura: «In che modo è possibile far fronte alle necessità o alla miseria di una popolazione che non ha accesso alle condizioni abitative di base?». E ancora: «Quale può essere l’impegno critico e politico dell’architetto rispetto alla potenza della mondializzazione?». Perciò, la partecipazione francese propone Una casa aperta che costituisce un «dispositivo di accoglienza, di scambi e di espressione cui si aggiunge la volontà di dare la parola a coloro che non sono rappresentati in queste manifestazioni».

Padiglione della Francia, Interno
Foto: Archivio Equipèco

Il padiglione dei Giardini che è stato trasformato da Jean Nouvel mostra il senso della partecipazione francese e dirige il visitatore verso il vaporetto che è trasformato da Matthieu Poitevin e Pascal Reynaud secondo quest’idea di casa accogliente. Servirà da salone in cui avranno luogo gli incontri programmati.11 Questa presa di posizione è stata comunicata anche al Presidente francese con la lettera firmata da Jean Nouvel,12 il cui punto centrale è questo: «Lo scopo del nostro intervento a Venezia è quello di censire i professionisti competenti, gli architetti, gli urbanisti, gli ingegneri, gli economisti, i geografi, i paesaggisti, i sociologi, gli intellettuali…che possono impegnarsi ad effettuare studi strategici su grandi tematiche che ci sforzeremo di delineare».
Questa della Francia, ci sembra un’opera viva e necessaria perché s’inserisce nella panoramica mondiale e riguarda tutti nessuno escluso. Nello stesso tempo può essere l’invito a una riflessione attenta per valutare e vivificare tutte le potenzialità che questa 7. Biennale di Architettura contiene. Dal Progetto speciale Alenia Aerospazio13 curato da Doriana Mandrelli, alle installazioni presentate all’Arsenale, al Muro Video che anima le Corderie.14

Makoto Sei Watanabe – Fiber Wave
Foto: Archivio Equipèco

Dai Giardini eccoci all’Arsenale. Tra le colonne del primo locale che introduce ai trecento metri delle Corderie illuminati sulla destra dal Muro Video e sulla sinistra dalle installazioni, mi sono trovato nella magica atmosfera dell’installazione di Makoto Sei Watanabe: Fiber Wave II, che al centro prevede 4 monitor sui quali scorre Subway 2000-Web Frame. Fiber Wave II (1995-99) «rende visibile il vento invisibile della città. Subway 2000 cerca di rendere visibile il sistema invisibile della città. Web Frame non è progettato nel senso convenzionale, ma viene generato dal programma del computer; cresce automaticamente, ma non in modo casuale. La crescita avviene risolvendo diverse condizioni, seguendo le loro indicazioni». Il progetto THE FLUID CITIES di Makoto è eccezionale ed è stato reso possibile dalla collaborazione di KUMAGAI GUMI, Co., Ltd. C-Three Inc.

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Makoto Sei Watanabe – Fiber Wave
Foto: Archivio Equipèco

Con A New Method for Architecture and the City / Biorganic Designegli dichiara: «Gli organismi viventi sono stati progettati. Ognuno dovrebbe avere la possibilità, almeno una volta nella vita, di incontrare il suo Progettista. Si intende qui con il termine progetto un processo che comincia con una serie di condizioni da soddisfare e, adoperando un numero ristretto di materiali a disposizione, arriva ad una soluzione richiedente il minor numero di operazioni.
Così definito, il termine progetto vale anche per l’architettura. Non dovrebbe allora essere possibile concepire un’architettura analoga alla progettazione dell’organismo vivente?

Il progetto Le Città di Induzione si fonda proprio su questo concetto. Il progetto non verrà più eseguito nel modo convenzionale. Anziché disegnare un progetto e la forma risultante, questo Progetto disegnerà un meccanismo di generazione del risultato. Questo nuovo tipo di approccio al progetto è possibile grazie alla programmazione al computer. Ciò che più conta è che la libertà ottenuta tramite questo metodo, è una libertà più ampia e autentica di quella offerta dai convenzionali processi di progettazione. Perché? La motivazione risiede nelle differenze di carattere tra il cervello umano e il processore centrale del computer.

Makoto Sei Watanabe – Fiber Wave
Foto: Archivio Equipèco

Il progetto della Stazione della metropolitana è la prima traduzione in pratica nell’architettura attuale, delle Città di Induzione. Inoltre sarà il primo esempio al mondo di generazione di architettura tramite un programma di computer. In questo progetto, la parte chiamata WEB FRAME non è progettata in modo convenzionale ma prodotta dagli originali programmi del computer. WEB FRAME si sviluppa nel sottosuolo di Tokyo, come alcune piante. Esso si attiene alle norme stabilite: altezza, campata, angoli, e numeri di nodi. Queste sono le rigorose condizioni cui deve attenersi. Allo stesso tempo WEB FRAME segue l’indirizzo dell’architetto. Questo indirizzo non è rigido, ma viene fornito secondo una certa elasticità. L’architetto indirizza il programma in modo da dare risalto ad alcuni caratteri, ad esempio, un punto di alta densità, una zona di spazio più ampia, un punto stretto, ecc. Quindi il programma comincia a svilupparsi in conformità con le condizioni rigorose e seguendo l’indirizzo fornito. Quindi il risultato, corrispondente ad un corpo sviluppato, è ben libero come una creatura naturale vivente. Libertà e regola non risultano più in contraddizione in questo caso.
La serie di FIBRE ONDULATE mostrano l’altro aspetto di questo concetto. Esse sono il dispositivo che rende visibile il vento invisibile. FIBRA ONDULATA I oscilla per effetto del vento naturale, FIBRA ONDULATA II oscilla per effetto del vento che soffia in tempo reale su un’altra città. I dati relativi al vento provengono via Internet ogni ora. FIBRA ONDULATA III si muove nello spazio cibernetico. Attraverso questa fase progettuale ho elaborato soltanto la specifica dei materiali, e non la forma stessa. Le forme provengono dal vento invisibile.
FIBRA ONDULATA raccoglie il codice reale esistente in natura. Questa è un’altra traduzione in pratica del progetto CITTÀ DI INDUZIONE».
Questo progetto è il corrispettivo del valore artistico che ho cercato di indicare con la tematica La Forma che deve venire e Dentro l’Immagine-l’Immagine Dentro, il cui processo di realizzazione consiste nel realizzare un’opera che si attualizza attraverso la reciprocità di una informazione che si libera nella interconnessione Immagine/Realtà dell’Immagine.

K-Museum.
Foto: dal catalogo della Mostra

Il Lavoro di Makoto Sei Watanabe è il propellente di K-Museum: «Sul lungomare della Baia di Tokyo (Koto-ku, 1996) sta sorgendo un nuovo centro della vecchia metropoli. Lo scopo del museo è di spiegare l’infrastuttura invisibile di questa nuova città. Rendere visibile la struttura invisibile della città».

Sakauchi Village, Gifu, Japan.
Foto: dal catalogo della Mostra

E di Mura-No-Terrace: «Si tratta di un complesso pubblico localizzato tra le montagne. Il concetto su cui si basa è di non lasciare la natura immutata ma cercare di evidenziarne la bellezza con piccoli oggetti artificiali. Rendere visibile la struttura invisibile della natura è il concetto che sta alla base di questo progetto».

Nell’invitare anche i non addetti ai lavori a visitare questa 7. Biennale di Architettura, affido la conclusione alle parole di Doriana Mandrelli: «Abbiamo accolto con entusiasmo tutte le immagini e le idee originali, pensate, progettate e prodotte per la Biennale, soprattutto quelle in analogia critica o didattica rispetto al tema. Il risultato è stato estremamente stimolante e positivo. Un nuovo processo è iniziato. Le idee sono tornate a circolare e ad alimentare il nuovo millennio. Certi e fiduciosi nella capacità di modificare propria dell’uomo, mettiamo a disposizione questo nuovo prezioso momento di ricerca, a tutti coloro che come noi si sono sentiti in dovere di intervenire in qualunque modo nella realtà, convinti ancora di poterla cambiare. Anche con la rete: www.labiennale.org

Tom Kovac –
Geoff Malone.
Ikon Tower, Melbourne
Australia 1999

Come nel concorso, anche l’expo-on-line aveva come obiettivo quello di individuare e produrre una mappa del mondo dell’architettura internazionale. Tanti sconosciuti che, presentatisi per questo, sono poi stati scelti per la mostra. Studenti… Ancora una volta, Beuys aveva ragione: l’artista è in tutti noi, la rivoluzione siamo noi». Seguono alcune immagini che abbiamo tratto dal catalogo della Mostra edito da Marsilio – Venezia

L’Ikon Tower sfida le nozioni convenzionali di struttura e spazio. La forma è ottenuta con un gioco interno di spazio volumetrico, in cui si evita la tradizionale delimitazione ottenuta dall’incontro di due pareti scegliendo l’uso di pareti curve senza giunzioni. L’esterno dei 16 piani della costruzione ha un aspetto glaciale, simile ad una massa traslucida, con una iper-superficie contenente pannelli di informazione, connessi da una rete di fibre ottiche.

Museo Guggenheim Virtuale

Il Museo Guggenheim Virtuale, 1999-2000. Il Solomon R. Guggenheim Museum ha incaricato Asymptote (Lise Anne Couture – Montreal, 1959, e Hani Rashid – Il Cairo, 1958) di progettare ed emplementare una nuova galleria d’arte specializzata in arte digitale. Il GVM non soltanto ospiterà e connetterà tutti i musei Guggenheim nel mondo, ma sarà anche il primo museo a contenere arte generata esclusivamente in e per Internet. Il Museum contiene esposizioni speciali permanenti, un archivio di architettura digitale ed anche spazi tri-dimensionali colleganti i vari musei della prima realtà. Il progetto consiste in entità spaziali tri-dimensionali navigabili e accessibili tramite Internet, e in una componente interattiva in tempo reale installato presso la sede del Soho Guggenheim di NYC e delle altre gallerie Guggenheim di varie città.

PARTECIPAZIONI ARSENALE: Yung Ho Chang Bamboo wall – Makoto Sey Watanabe – MVRDV – 3R’W arkitekter – E-City – riken Yamamoto – Paragon Archtects – Anne Lacaton & Jean Philippe Vassal – Itsuko Hasegawa – Gaetano Pesce – Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa – Odile Decq – Dunca Lewis – NAÇO/Marcelo Joulia and Alain Renk – Vito Acconci – R & Sie.D/B:L – Union of young architects in 30 years-Project.co.jp – Seung H-Sang – Rudy Ricciotti – Shigeru Ban – Jesse Reiser & Nanako Umemoto – Kovak Malone – Bernard Tschumi – Stéphane Maupin – Königs Architekten – Jacques Hondelatte – Architekturbüro Böhm – Kengo Kuma – Jean Nuovel (Nemausus) + (AMIS) – Ti-Nan Chi – Elia Zenghelis – Michael Bell – Dominique Perrault – Yung Ho Chang – Eko Prawoto – Philippe Gazeau – Stefano Boeri – Wiel Arets – Robert Venturi & Denise Scott-Brown – Richard Roegrs – Judith Barry – Renzo Piano – Sohn Joo Minn – Gary Chang – Alain Guiheux et Dominique Rouillard – Ortlos Architects – ART’M Architecture – Hitoshi Abe – Metápolis / M. Gausa, V. Guallart, W. Müller – Arata Isozaki – Shigeru Ban – Jean Prouvé (Baraquement Militaire, 1940 4×4 + Maison des sinistrés de Lorraine, Galerie Jousse-Seguin + Maison 6×6 USINOR + Maison des réfugiés + Auvent de la securité sociale au Main, Galerie Enrico Navarra + Maison des sinistrés de Lorraine, Vitra Design Museum ) – Architecture Office / Casagrande & Rintala – James Wines / SITE – Otto Steidle – Hans Hollein – Marin Kasimir – Stalker – Krzysztof Wodiczko – Jean Maneval (Maison Boulle Multicoque) Philippe Jousse, Matthias Jousse and Jean Philippe Mercier
ELENCO DEI PARTECIPANTI – Expo On line: Hitoshi Abe – Alenia Spazio-ESA – Matteo Apuzzo – ART’M Architecture Poitevin-Reynaud – Asymptote – AT-103 – AT-MF – Barcelona Metápolis – Gruppo A12 – Shigeru Ban – Barkow Leibinger Architects – Brenac & Gonzales – Stefanie Bürkle & Thomas – Sakschewski – Build inX – Pietro Caruso – Casagrande & Rintala – Giancarla Ceppi & Borje Tobiasson – Chi’s Workshop – Minsuk Cho and Kwang Soo Kim – Coop Himmelb(l)au – dECOi – Elisa dell’Onda – Diller + Scofidio – EDGE Michael Chan – Didier Fiuza Faustino – F.O.B. Association – Edouard François – Philippe Gazeau – Anne-Flore Guinée & Hervé Potin – Gutierrez & Portefaix – Zaha Hadid – Hiroshi Hara – Itsuko Hasegawa – Seung H-Sang – IaN + I-Beam Design – Toyo Ito – Atelier Feichang Jianzhu / Yung Ho Chang – Marin Kasimir – Vladislav & Liudmila Kirpichev – Kolatan / Mac Donald Studio – Lucien Kroll – Kengo Kuma – LCM / Fernando Romero – Duncan Lewis – William Lim – Armin Linke – MA’nGO – Stéphan Maupin – Gianluca Milesi – Sohn-Joo Minn – Morphosis – MVRDV – NAÇO – Maurizio Nannucci – NOD – NOX / Lars Spuybroek – Kas Oosterhuis – Ortlos – Philipp Oswalt – Anton Markus Pasing – Luigi Pellegrin – Gaetano Pesce – Sandro Poli – Eko Prawoto – Progetto Azzero – Project.co.jp – PUSH – Jessie Reiser + Nanako Unemoto – Rudy Ricciotti and Mathieu Briand – R & Sie.D/B:L – Lord Richard Rogers – Sharon Rotbard – Livio Sacchi – Sarajevo Concert Hall Stripes – Sciatto – Beniamino Servino – Kazuo Shinohara – Paolo Soleri – S-Parkling – Stalker – Otto Steidle – SYSTEMarchitects – Stefan Tischer – Team Made in Tokyo – UN Studio Van Berkel & Bos – Roemer van Toorn – Jelena Vesic – Xzhome – Makoto Sei Watanabe – James Wines – Paola Yacoub and Michel Lasserre – Hideyuki Yamashita – Peter Zellner
CITTÀ: TERZO MILLENNIO. CONCORSO DI IDEE: Il concorso per la città del terzo millennio nell’ambito della settima mostra di architettura della Biennale di Venezia, ideato e lanciato nell’autunno del 1999, era sostanzialmente complementare all’EXPO-ON-LINE. Ancora una volta, oltre alla mostra sul sito web, il concorso aveva come obiettivo quello di individuare e stabilire una mappa della condizione dell’architettura internazionale e del suo insegnamento nelle scuole. Aperto a tutti gli studenti ed architetti, rigidamente on-line, consisteva nell’invio, entro il 31.12.1999, di quattro immagini digitali 800×600 pixel a 72 dpi in formato JPG o GIF in cui fosse descritta l’immagine di città proposta.
Il contenuto del concorso era incentrato sulla riflessione dell’evoluzione e trasformazione della città del terzo millennio, non necessariamente vincolata ad un luogo fisico o specifico, quanto piuttosto come sistema di relazioni e di strutture che definiscono la vita contemporanea. I lavori arrivati sul sito, provocando un grande ingorgo telematico, sono stati circa 1000. Provengono da ogni parte del mondo, anche da paesi finora non raggiunti capillarmente dall’informazione. Abbiamo visto insieme per la prima volta un coinvolgimento globale di studenti e architetti, dall’Estremo Oriente al Sudafrica.
La giuria, composta da François Barré, Greg Lynn, James Wines, Frédéric Mygairou, Peter Cook, Paul Virilio, Massimiliano Fuksas, si è riunita, come stabilito, virtualmente, e sono stati attribuiti sei premi. Tre sono andati a studenti di architettura, e tre ad architetti.
I premiati sono:
CATEGORIA ARCHITETTI: 1. Christophe Cornubert – USA – 2. Shuhei Endo – GIAPPONE – 3. Pasi Kolhonen – FINLANDIA
CATEGORIA STUDENTI: 1. Michael Benarroch & Mehdi Berrada – FRANCIA – 2. Thomas Bisiani & Stefano Antonelli – ITALIA – 3. SAND-CITY – ITALIA Domenico Cannistraci, Piero Chiodi, Matteo Costanzo, Valerio Franzone.
Quello che può essere detto a conclusione di questa prima esperienza di concorso, che utilizza le nuove tecnologie ed internet, è la grande disponibilità e generosità di idee dei partecipanti. Potremo, in conclusione, identificare quasi per tutti, tre famiglie di riflessioni. La prima è la propensione ad una soluzione ambientale. La seconda è una visione delle nuove tecnologie capaci di incidere positivamente. La terza è un’attitudine rivolta a cercare di risolvere i gravi problemi che la globalizzazione in parte ha prodotto: immigrazione, rifugiati, nuove povertà, profughi, conflitti sociali… Il concorso ha coinvolto alcune migliaia tra architetti e studenti. Corsi universitari italiani e stranieri lo hanno adottato come tema di corso. È la testimonianza che ci stiamo avviando verso un coinvolgimento maggiore di intelligenze che finora non avevano potuto affiorare, e che nel momento in cui la nuova situazione e le nuove tecnologie hanno permesso un’informazione più completa e capillare, diventa evidente e fa ben sperare per l’immediato futuro. (M. Fuksas – D. O. Mandrelli)
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*Premessa di Massimiliano Fuksas
La trasformazione urbana degli ultimi dieci anni non ha eguali sia per la dimensione dei fenomeni che per l’ampiezza delle aree investite. Per chiarezza va detto che l’aumento di popolazione ha investito principalmente le città del sud-est asiatico, di parte del continente africano e dell’America del Nord, con problematiche differenti ma con alcune patologie rilevanti.
Nell’estate del 1998 sono stato chiamato da Paolo Baratta e dal consiglio di Amministrazione ad occuparmi del settore Architettura della Biennale di Venezia e la prima idea è stata di utilizzare la Biennale come laboratorio per analizzare e cercare di dare forma comprensibile alla nuova dimensione planetaria dei comportamenti e delle trasformazioni urbane. Dopo i primi mesi di riflessione, le analisi e le intuizioni sull’evoluzione delle città che per un ventennio mi avevano accompagnato, presero forma in una domanda inquietante. Vale la pena di raccontare la storia dall’inizio.
Dopo anni di alti e bassi nelle relazioni con Bruno Zevi, dopo un suo fax in cui per la prima volta mi riconosceva qualche merito, da anni vivevo ormai a Parigi, lo chiamo e, com’era sua abitudine, mi chiede di andarlo a trovare, subito. Era aprile ed eravamo nel 1995. Arrivo a Roma il giorno successivo. Lo trovo nella sua casa di via Nomentana in piena forma, circondato da libri attualissimi e dal suo studio in legno polveroso. Dopo un tentativo di abbraccio, abortito sul nascere con la sua solita frase: abbraccio solo le donne (ma in ogni caso ci abbracciammo), a bruciapelo mi trafigge con: che cosa farai nei prossimi dieci anni?
Devo dire che ho impiegato diverse settimane per riprendermi.

La domanda, posta in questi termini, non ha grandi risposte, a meno che si metta in discussione molto di quello che si è fatto e pensato prima. Credo che alcune idee per la settima mostra di architettura della Biennale di Venezia sono figlie in linea diretta di questo atroce quesito. In altri termini, era una richiesta d’altro. Altro dall’architettura alla quale ogni giorno tentiamo di prolungare una vita difficile, e con la quale viviamo l’intero arco della nostra esistenza, e altro dal successo dei progetti delle architetture: si trattava di ritrovare la consapevolezza che non bastava la qualità degli architetti e delle opere. Sembrava quasi volermi dire che la schizofrenia tra la buona architettura (che si continua a realizzare, e sempre meno di quella di cui ci sarebbe bisogno) e le trasformazioni incredibili delle città, rischiano di allontanarci definitivamente dalla nuova realtà.
La Biennale del 2000 a questo punto aveva un tema: CITTÀ, LESS AESTHETICS, MORE ETHICS.
Le istruzioni per l’uso consigliano di non cercare spiegazioni etimologiche o fare la filologia di LE, LE. Oppure non pensare che siamo tra le origini del mondo e il suo futuro. O ancora passare mesi a dibattere se l’Estetica contiene l’Etica o viceversa. Spero che a nessuno venga in mente di riprendere in mano le tre critiche kantiane. La risposta è nelle circa novanta installazioni che, come deve essere, sono il cuore della mostra.
La domanda è posta, e credo che in moltissimi lavori della Biennale ci siano le risposte che aspettavamo. Si tratta di un laboratorio di idee, ed è troppo presto per trarre conclusioni. Per il momento è l’inizio di un processo, di un investimento sul futuro. Le trasformazioni e i cambiamenti ai quali assistiamo sono in molti casi accompagnati da conflitti, aumento della popolazione urbana, nuove e vecchie povertà, inquinamento, disperazione, grandi flussi migratori, rifugiati, … ma anche da una grande energia, dalla moltiplicazione delle informazioni, da una nuova cultura in cui le differenti origini e i paesi di appartenenza si confondono dando vita, in alcuni casi, ad espressioni e vitalità straordinarie.
La complessità delle condizioni oggettive sono testimonianza dell’accelerazione dei processi e sarebbe un grave errore cercare di fissarne i termini: nel momento in cui crediamo di aver colto il principio generale d’ordine, immediatamente scompare come un miraggio. Il CAOS non è disordine ma un ordine sublime che nell’evoluzione della fisica trova maggiori spiegazioni di una semplice geometria. Alle certezze dobbiamo contrapporre i dubbi.
Come convivere con la fine dei modelli possibili?
Gli ultimi tentativi di avere una materia facilmente organizzabile e ordinabile, sono naufragati all’inizio degli anni Ottanta. Per la città, come l’abbiamo conosciuta, si tratta di accettare la fine del modello militare, che per moltissime è stato origine, avamposto della civiltà, linea di demarcazione tra città e campagna. Pensare di dare un ordine militare a megalopoli che contano tra i dieci e i venti milioni di esseri umani è una follia. Trovare chiavi di lettura per regioni intere che sono di fatto urbanizzate, è ridurre la complessità in frammenti di realtà che, seppur veri, non hanno logiche comuni. Le città erano identificate da emergenze urbane o topografiche; oggi la riconoscibilità fa parte delle ultime nostalgie che stentano a morire. Il falso, la copia, sono migliori dell’originale. Si riproduce idealmente quello che è parte dell’immaginario: monumenti, parti di città, luoghi decontestualizzati. La città moderna è accompagnata, almeno da due secoli, dall’abbandono della campagna e dalla crescita lineare e non reversibile della popolazione urbana.
La sola megalopoli della storia, Roma, aveva in sé la reversibilità della sua crescita: dopo aver toccato oltre un milione di abitanti, multietnica, multi religiosa, luogo di accoglienza di popoli lontani, arriva nell’alto medioevo a contare non più di 30.000 abitanti. La città viene abbandonata. Roma, che in un furore di decontestualizzazione aveva riprodotto monumenti greci, asiatici ed egizi, sculture greche all’origine di bronzo in marmo, modello inconscio di Las Vegas, scompare dalla scena. Villa Adriana, collezione e plagio di monumenti noti ai quattro angoli della terra, è inghiottita dalle tenebre. L’architettura autoreferenziale, con lo sguardo rivolto perennemente indietro nel tempo, non ha più interesse: viviamo tutti in un border-line con sconfinamenti e incursioni continue. Il moto ondulatorio con il quale si può sintetizzare il nostro modo di procedere ha come costante la curiosità e le informazioni di universi lontani. Stiamo passando da una posizione critica, forse aristocratica, esterna al Magma delle infinite relazioni e interferenze, a navigare e muoverci insieme con una materia sconosciuta, piena di energia e contraddizioni. Gli spostamenti progressivi minimi sono anche i nostri, e nel contempo da noi prodotti.
La scelta è dunque sempre la stessa: essere parte del processo, oppure continuare, in uno stato di perenne pacificazione, a vivere all’esterno. La rappresentazione di questo magma mi affascina. Si ritrova nel manifesto, tra le installazioni dei partecipanti, tra le immagini dei trecento metri dello schermo alle Corderie, nel sito-web: tracciati invisibili, ci rimandano al nomadismo degli aborigeni australiani, con lingua comune, poesie/canti, ma non scrittura. Sembra l’origine della materia, informale, molecolare, in perenne movimento, magma di conflitti, di forme liquide. Visioni notturne, nelle lunghe ore di volo, di città che scorrono in notti chiare come filamenti, sorgenti luminose, ragni che si scompongono in mille direzioni. Visioni dal satellite, immagini gassose in cui il molto grande è simile all’infinitamente piccolo.
Altra riflessione. La passione dell’architettura virtuale per le masse liquide, informi, produce naturalmente una strana architettura organico/virtuale. Sembra alla fine riprodurre con testardaggine la struttura profonda della vita. Costruisce frammenti e dettagli minuti, viscere e organi. Non si tratta più di mostrare l’esterno dell’uomo, la sua introvabile centralità, ma il meccanismo vitale, l’alchimia e il soffio vitale. L’uomo, scampato a una insulsa centralità, si ritrova ad essere oggetto di investigazione, parte di un invisibile laboratorio. All’inizio di questo secolo ci ritornano, in altro modo, gli interrogativi e le speranze del precedente. Per le avanguardie, l’industrializzazione rappresentava il mito della velocità e del volo, ma anche la possibilità di liberare un numero maggiore di abitanti dalle necessità materiali e di riprodurre l’arte in innumerevoli esemplari rendendola disponibile a grandi masse.
Il risultato, tra guerre, conflitti, crisi economiche e intolleranza, è noto a tutti. Un’altra volta, con grande simmetria, si riproduce il quesito. L’informazione e le comunicazioni possono essere utilizzate, attraverso le nuove tecnologie, come AIUTO per dare agli uomini opportunità maggiori, oppure tutto questo può essere manipolato contro la stragrande maggioranza degli esseri viventi? Credo che esistano condizioni straordinarie e risorse mai messe in campo prima, si tratta di utilizzarle con attenzione ed indirizzare le energie per iniziare a risolvere una buona parte delle contraddizioni e dei conflitti. L’attenzione di questa Biennale di Architettura verso le megalopoli cerca di trovare una scala di intervento che, dopo le utopie e gli inizi del movimento moderno, non ci appartiene più. La prima considerazione emersa dopo aver girato undici video in altrettante città, è l’assoluta bivalenza e ambiguità: possono mostrare immagini di città come stereotipi classici, turistici, pittoreschi, etnici, colti, oppure le contraddizioni e la crudeltà di cui la città sa essere sapiente spettatrice. Per ogni città prende corpo, da un pulviscolo impalpabile, la favela oppure un centro di affari, uno shopping center o i quartieri della disperazione. Vicino allo stocking exchange, folle di marginalità estrema. Stranamente mi sembra di ritrovare descrizioni del romanticismo sociale francese dell’Ottocento.
Calcutta, megalopoli sterminata, dopo l’abbandono progressivo delle strutture pubbliche e dei servizi collettivi, trova quasi una forma molecolare di vita, di organizzazione, di lavoro, di piccole minuziose forme di imprenditoria privata. Forme autonome e anarchiche in cui la non appartenenza alla forma stato trova un naturale scenario nelle individualità e nelle energie che il sistema/non sistema sprigiona. Questo magma vitale nel quale naviga una nuova forma di vita e organizzazione delle relazioni tra uomini, attraversa inesorabilmente tutte le società, le più ricche e le più povere, le più tecnologicamente avanzate e le più arretrate: assistiamo alla fine della centralità dei governi?
Le contraddizioni interne sia alle società avanzate sia alle società più povere aprono faglie di ogni tipo: la tecnologia e le reti informatiche sono oggi estremamente più disponibili e meno sofisticate di dieci anni fa. Gli Hackers possono annidarsi in qualunque lembo estremo di terra, con strumenti semplici possono creare danni immensi, dimostrando, se ce ne fosse bisogno, la fragilità di un sistema che in alcuni casi è estremamente discriminante. Il mondo più avanzato è sempre il più esposto. La fragilità strutturale è complementare allo sviluppo degli strumenti di controllo. La crescita incontrollata nelle megalopoli del terzo mondo o nei paesi emergenti si accompagna al furore distruttivo di porzioni incredibili del pianeta: il processo sembra inarrestabile oltre che sfuggito ad ogni controllo. Se fossimo cinici potremmo con leggerezza affermare che la struttura anarchica di aggregazione delle favelas latinoamericane sia molto più interessante di qualunque altro tentativo di architettura sociale organizzata e programmata. Come in molte forme di costruzione spontanee, anche in questo caso le relazioni e l’identità geografica fanno parte di un’idea d’insediamento di grande umanità.
Luoghi di disperazione e di non integrazione, accumulatori di energie, le forme di aggregazione dettate dall’illegalità comunicano necessità, istinto di sopravvivenza, bisogno individuale e collettivo di essere parte di una comunità. I drammi di profughi, rifugiati ed emarginati, crea vere e proprie città clandestine, visibili, fortemente radicate nel territorio, ufficialmente non riconosciute, ma di fatto laboratorio vivente di nuove relazioni.
La fine del modello unico, RAZIONALE, da introdurre come sistema ordinatore, altro non è che la fine della concezione militare della città come luogo di difesa. Il MODELLO MILITARE URBANO, con il piano e la pianificazione, non resiste all’energia di un magma in costante mutazione. Qualunque struttura rigida salta in mille pezzi: sopravvive solo chi ha l’intelligenza di modificarsi insieme. Prendendo energia ma anche rimandandola. Le risposte di questa Biennale-laboratorio sono in parte contenute nelle domande. Gli architetti, artisti e fotografi hanno mostrato una grande vitalità, le cui proposte possono essere riassunte in tre gruppi.
AMBIENTE, come oggetto e soggetto di riflessione; SOCIALE, attenzione alle trasformazioni attuali; TECNOLOGICO, informazione, comunicazione, rete, virtuale. Potremmo a questi aggiungere un quarto: la sintesi dei tre precedenti.
CONCLUSIONE: Le idee e l’impegno di tutti i partecipanti alla settima mostra di architettura della Biennale di Venezia sono stati notevoli e generosi. Voglio ringraziare chi ha animato la mostra on-line, gli studenti e gli architetti che hanno inviato idee e progetti per il concorso della Città del Terzo Millennio, i partecipanti ai consigli di orientamento, i padiglioni nazionali ed infine un grazie particolare agli autori delle installazioni e opere presenti in questa Mostra. Un ringraziamento al Presidente Paolo Baratta, con il cui entusiasmo c’è un contagio reciproco e continuo, a Massimo Coda, coordinatore, a Dario Ventimiglia e a tutto il personale della Biennale che ha contribuito alla realizzazione della Mostra. Va un caldo ringraziamento anche a Doriana e ai miei collaboratori più vicini che in questi mesi hanno condiviso le difficoltà ma anche l’entusiasmo di contribuire alla realizzazione della Biennale di Architettura del 2000: Pino Brugellis, Cettina Schepis, Michele Azzopardi; un grazie affettuoso a mia figlia Elisa che ci ha aiutato in tutto questo lungo periodo con ostinazione e passione. (MASSIMILIANO FUKSAS)
NOTE
1- Tematica di miei lavori.
2- Cfr. CITTÀ: LESS AESTHETICS, MORE ETHICS, Catalogo della mostra, Prefazione, Paolo Baratta, p.9, Marsilio Editori, Venezia 2000.
3- Cfr. Charles Baudelaire, Scritti sull’Arte, I MILLENNI, Einaudi, Torino 1981.
4- Walter Benjamin.
5- Cfr. CITTÀ: LESS AESTHETICS, MORE ETHICS – PADIGLIONI, Catalogo della mostra, Argentina, p.22, Marsilio Editori, Venezia 2000.
6- Cfr. ARTE ASTRATTA ITALIANA 1909-1959, Catalogo Galleria Nazionale d’Arte Moderna – Roma, a cura di Giovanna De Feo, Ida Panicelli, Livia Velani, Pia Vivarelli, De Luca Editore, Roma 1980. Il Manifesto blanco, redatto da Lucio Fontana nel 1946 a Buenos Aires, fu firmato da Bernardo Arias, Horacio Cazeneuve, Marcos Fridman, Pablo Arias, Rodolfo Burgos, Enrique Benito, César Bernal, Luis Colla, Alfredo Hause, Jorge Rocamonte, giovani artisti e allievi dell’Accademia di Altamira, ma non fu firmato dall’artista.
7- Cfr. ALENIA – Spazio. STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE, ovvero la ricerca di una nuova casa per l’Uomo.
8- Cfr. Joseph Beuys, Sei stanze per Beuys a Venezia, Galleria Bevilacqua La Masa (S. Marco, 71/c) 18 giugno-8 ottobre ’00.
9- Cfr. CITTÀ: LESS AESTHETICS, MORE ETHICS, Catalogo della mostra, Premessa, Massimiliano Fuksas, pp.12 e 15, Marsilio Editori, Venezia 2000.
10- ALL’OMBRA DELL’ETICA. L’etica maschera il vuoto del politico. L’etica, un altro nome attribuito al moralismo contemporaneo che trionfa con i grandi slanci umanitari, diventa un’arma di controllo transfrontaliera. Al cospetto della miseria del mondo, la pubblica commiserazione è il campo d’azione di questa buona coscienza umanitaria che impone il consenso con l’evidenza della necessità. È inutile diffidare delle nostre idee umanistiche, ogni azione intrapresa per il Bene del prossimo consacra l’ecumenismo dei nostri valori. Ma occorreva un nemico dell’etica ed eccolo qui: l’estetica.
Siate ragionevoli, impegnatevi nel sociale! La città ne ha così bisogno, guardate come le sue escrescenze la fanno ammalare! L’etica universale, invocata come unica alternativa alla violenza dei conflitti urbani, dovrebbe quindi far da sceriffo contro la stravaganza estetica.
Come e perché gli architetti sarebbero in grado di rispondere a una tale ingiunzione etica?
Se la risposta consiste in un silenzio passivo, si accuseranno di tirarsi indietro, di non voler guardare in faccia la realtà e di trincerarsi in un rifugio estetico. È nelle condizioni politiche della questione etica che s’impegnano gli architetti francesi: poiché il padiglione francese è il simbolo del potere istituzionale, esso non può essere che oggetto di un’inversione simbolica. L’attuazione d’interrogazioni a livello politico sulle relazioni tra nord e sud per rispondere alle sfide della globalizzazione neoliberale in urbanistica e in architettura è resa possibile soltanto a scapito della legittima rappresentanza. I dibattiti, i dialoghi e gli interventi avranno luogo dall’altra parte, sul vaporetto accessibile a tutti.
Un buco nel muro del padiglione ai Giardini (padiglione di comodo): l’apertura sulla città, i piedi in mezzo ai detriti. E qui, sul vaporetto, sempre pronto a partire o a ritornare, insomma immobile come il motore primo di Aristotele, ecco lo spazio per interrogarsi, scambiarsi informazioni ed elaborare un’inventario della situazione. Gli interventi proposti nelle salette del vaporetto non intendono essere esemplari e non costituiscono una mostra; proseguiranno e provocheranno un pluralismo dell’interpretazione che non esclude la parodia dei discorsi umanitari triti e ritriti. La questione essenziale è di non limitarsi a ciò. Nei confronti tanto delle illusioni angeliche quanto del cinismo più disincantato, bisogna darsi, almeno, dei mezzi per credere nella creazione dei possibili. Basta con il discorso rassicurante sull’etica: crediamo al reale così com’è, che contiene la propria potenza offensiva!
I commissari: Jean Nouvel, François Geindre, Henri-Pierre Jeudy, Hubert Tonka.
11- Giornate dei commissari. Un incontro inaugurale, la cui programmazione è stata affidata a Henri-Pierre Jeudy, avrà luogo nei tre giorni precedenti l’apertura al pubblico e consentirà di comprendere le questioni oggetto del dibattito nel corso della Biennale. In luglio e ottobre ne succederanno altri due, i cui temi sono Un’ecologia politica urbana? e Costruzione o distruzione della città?
Incontri con Rudy Ricciotti: Parole impegnate. Ricciotti ha scelto di offrire una tribuna ad attori impegnati nel loro territorio, (giugno-luglio-ottobre).

Incontro con Matthieu Poitevin: Marsiglia monumento, Marsiglia sentimento. Poitevin sottoporrà ai suoi ospiti provenienti dalle due rive del Mediterraneo la sua visione provocante e corroborante di Marsiglia, (luglio).
Incontri con Jacques Hondelatte: Deserto dei ricchi, deserto dei poveri; il primo a Venezia, l’altro nel nord del Senegal, a settembre a Diakhao.
Città ospiti: Dakar (19/06), Quito (30/07), Bombay (19/10). Personalità impegnate in queste città sono invitate ad esporre, attraverso le proprie esperienze, il modo in cui percepiscono i temi proposti e le impressioni che suscitano.
12- Parigi, 10 giugno 2000. Signor Presidente, In occasione della più grande manifestazione internazionale di architettura, La Biennale di Venezia, che quest’anno ha come tema meno estetica, più etica, il padiglione francese organizza un’esposizione incontro sulla emergenza permanente. In questo modo descriviamo la situazione precaria di un terzo degli abitanti del nostro pianeta sia nei paesi e nelle metropoli del Sud, sia nelle minoranze urbane ed extraurbane delle città del Nord. Dopo esserci informati sui principali programmi studio intrapresi dalle ONG e dalle più grandi società su scala internazionale, ci troviamo di fronte ad una colossale mancanza di studi su argomenti volti a migliorare o a risolvere le condizioni di vita di un terzo dell’umanità. Contemporaneamente, dalla fine degli anni ’70, si registra un disinteresse da parte del settore architettonico nei confronti di questa spaventosa questione.
Lo scopo del nostro intervento a Venezia è di censire i professionisti competenti, gli architetti, gli urbanisti, gli ingegneri, gli economisti, i geografi, i paesaggisti, i sociologi, gli intellettuali…che possono impegnarsi ad effettuare studi strategici su grandi tematiche che ci sforzeremo di delineare. La nostra ambizione è di creare un legame Nord-Sud, Sud-Nord per uscire da soluzioni preconfezionate, prepensate o non pensate per scaturire delle soluzioni comuni ben lontane sia dalle vecchie tesi di Illich (arrangiatevi), che dal semplice dono umanitario (lo facciamo per voi). Ecco perché auspicheremmo vedere svilupparsi degli studi generali e mirati su questioni quali per esempio: – come accelerare i cambiamenti? Fino a dove si può trasformare? – Si possono trarre le conseguenze negative e positive della mondializzazione? – Quando si costata che è mille volte più semplice acquistare una televisione piuttosto che un lavandino, quali sono i ‘ready-made’, i prodotti planetari da inventare? – In che modo le reti mondiali d’informazione possono essere portatrici di speranza in materia di democrazia ed istruzione? In che tipo di terminali e integrazione architettonica? –Quando costruire con materiali endogeni o esogeni? Come semplificare, costruire direttamente, rapidamente, spendendo meno? Con che parte di autocostruzione? – Pensando al futuro, nell’ambito dello sviluppo sostenibile, in che modo evitare gli errori passati commessi nella fabbricazione urbana? Come combattere l’inquinamento? Come sviluppare l’autonomia energetica, l’eliminazione dei rifiuti, l’idro energia? – Come utilizzare le tecniche dell’immateriale e dell’economia di materia?
Riteniamo che alcuni di questi problemi vi riguardino. Riteniamo inoltre che se è compito dei politici orientare e decidere, i professionisti del mondo dell’architettura possono elaborare delle strategie che aumentano le possibilità.
Lo scopo di questa lettera è ottenere da parte vostra due risposte: 1. Finanziate o partecipate a studi strategici in questo settore? Se sì, quali e in che misura (investimento)? 2. Accettereste in futuro di finanziare uno o più studi e di parteciparvi?
Si tratta di una lettera aperta indirizzata a un centinaio di organizzazioni e imprese il cui scopo è di partecipare a una ricerca sull’emergenza permanente. I visitatori saranno informati della vostra risposta o della vostra non risposta.
Signor Presidente la preghiamo di accettare la nostra più cordiale stima.
Jean Nouvel, commissario del Padiglione Francese alla Biennale.
13- ALENIA – SPAZIO, Stazione Spaziale Internazionale, in altre parole la ricerca di una nuova casa per l’Uomo.

ALENIA – SPAZIO
Stazione Spaziale Internazionale

La costruzione in orbita della nuova Stazione Spaziale Internazionale, iniziata con il lancio del primo elemento il 20 novembre 1998, è forse il simbolo, oltreché di una nuova grande ed emozionante avventura dell’Uomo, di una sua diversa sensibilità e prospettiva nei confronti della sua ‘casa naturale’, la Terra, e del modo di abitarla. Nella costruzione di questa strana architettura abitativa dello Spazio, non certo ‘bella’ ma molto funzionale, l’aspetto più significativo è che il nostro pianeta non rappresenta più l’unico ecosistema per l’Uomo. Quando, nel 2004, la ISS sarà completata ci apparirà da Terra come una stella di prima grandezza: l’abitazione dell’intera umanità nello Spazio. Avrà inizio allora, per almeno dieci anni, la fase operativa, di abitabilità permanente, di ricerca e d’effettiva utilizzazione di questa complessa opera ingegneristica, risultato della cooperazione di 15 nazioni e delle rispettive agenzie spaziali. Ma la stazione, oltre che un grandioso laboratorio di ricerca, sarà anche un luogo privilegiato di osservazione della Terra: una finestra sul mondo, dotata di sensori e apparati ottici in grado di monitorare lo stato dell’atmosfera, le condizioni meteorologiche e i cambiamenti climatici, le possibilità di sfruttamento delle risorse minerarie e delle zone agricole, oltreché lo stato di salute degli oceani e dei corsi d’acqua, migliorando pertanto la qualità di vita degli uomini sulla Terra.

ALENIA – SPAZIO
Stazione Spaziale Internazionale

In un contesto tecnologicamente tra i più avanzati al mondo, l’Europa e l’Italia, in particolare mediante le Agenzie Spaziali ESA e ASI, svolgono un ruolo fondamentale fornendo nella sua fase di progettazione e costruzione un contributo produttivo notevole e di riconosciuto prestigio internazionale. Una gran parte degli elementi pressurizzati, e perciò abitabili, della Stazione, superiore al 50% del volume disponibile di circa 1300 m³, è costruita proprio negli stabilimenti Alenia Spazio. La società sviluppa, infatti, per l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) i tre moduli logistici MPLM (Multipurpose Pressurised Logistics Module) per il trasporto, tra la terra e la stazione, di carichi scientifici, rifornimenti e materiali; per l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e l’ASI sviluppa i Nodi 2 e 3, moduli di interconnessione tra i vari elementi pressurizzati, dotati di Cupole (ESA) vere e proprie torri di controllo e osservazione, e il laboratorio scientifico Columbus (ESA), dove gli astronauti-ricercatori europei effettueranno esperimenti e ricerche in microgravità. Sempre su commessa dell’ESA, Alenia Spazio partecipa alla costruzione del veicolo ATV (Automated Transfer Vehicle), utilizzato per il trasporto logistico alla stazione con il lanciatore europeo Ariane 5. Inoltre, presso gli stabilimenti di Torino di Alenia Spazio, sta sorgendo un Centro Multi-Funzionale Spaziale (CMFS) dell’Agenzia Spaziale Italiana che ospiterà tutte le funzioni di supporto alle operazioni dei moduli logistici MPLM e, probabilmente, di alcuni elementi europei. Dal 2004, gli astronauti-ricercatori vi potranno operare, in condizioni di microgravità, per condurre ricerche mediche, fisiche, biologiche, per definire nuovi materiali e processi produttivi e collaudare tecnologie che saranno quelle di domani. L’ISS sarà dunque innanzitutto l’officina e la casa del futuro, ma questa offrirà ai suoi inquilini anche uno dei panorami più belli, se sapremo preservarlo: la nostra casa naturale, la Terra. In tal senso la prospettiva del turismo spaziale non è così lontana.
14- JVC – PROFESSIONALE PRODUCTS ITALIA S.P.A. MILANO.
Il Muro Video

Muro video.
Foto: dal catalogo della Mostra

Muro video.
Foto: dal catalogo della Mostra

Descrizione dell’utilizzo della tecnologia. Il progetto del Muro Video dello Studio Fuksas è una video-proiezione che si estende, senza soluzione di continuità di immagini, per circa 280 metri di lunghezza per 5 metri di altezza. Lo schermo è una parete unica, dipinta con una speciale vernice bianca per il miglior risultato di visione delle immagini. La proiezione proviene da 39 video proiettori basati sull’esclusiva tecnologia D-ILA™ (Direct Drive Image Light Amplifier) di proprietà della JVC, basata sul principio di LCD di tipo riflettente, la cui caratteristica è di produrre immagini eccezionalmente luminose e contrastate, con colorimetria cinematografica. Gli obiettivi speciali dei proiettori permettono di formare immagini di 7 metri di base a una distanza di 7 metri dallo schermo, consentendo quindi di inserire tra le colonne dell’edificio delle Corderie i proiettori stessi. Vengono così composte 39 immagini combacianti side by side per un’estensione totale di 273 metri. I proiettori ricevono le immagini da D.V.D. (Digital Video Disk) programmati per leggere i software creati in post produzione, con riferimenti di sincronismo che rispettano la precisione del frame, in modo che le immagini si compongano secondo un progetto di sequenze, fino a portare un’unica immagine con effetto a dir poco eclatante. La colonna sonora segue la stessa sincronizzazione ed è diffusa da speciali altoparlanti il cui volume è regolato dal passaggio del visitatore lungo il percorso multimediale, da speciali cellule, volume che sale e scende in rampa, per ogni schermo. Un computer centrale regola la sincronia generale con sofisticati software creati ad hoc.
RaiSat. Le immagini della videoinstallazione alle Corderie nascono dalla collaborazione produttiva tra la Biennale di Architettura e RaiSat Art con la collaborazione di Studio Azzurro – per le riprese originali e il montaggio sincronizzato – e di Ciro Giorgini (Fuori Orario/Rai Tre), per la ricerca dei materiali d’archivio: 6 ore e mezzo di immagini che compongono i 39 schermi, nucleo centrale del progetto elaborato da Massimiliano Fuksas.
Catalogo della Mostra – Edito da Marsilio
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